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Guerra sullo schermo: dall’epic movie ai “predator” moderni

I film di guerra sono da sempre un capostipite della filmografia mondiale soprattutto occidentale e tra i preferiti dal mondo cinematografico americano.

Attori più o meno talentuosi, grandi o mediocri regie, si sono cimentati in questo genere che ormai annovera un gran numero di film.

Cambiano i conflitti, ma rimarrà (forse dovremmo dire purtroppo) un genere che non passa mai di moda. Film come Salvate il soldato Ryan o il recente Fury sono entrati nella storia.

300
Una cosa che si nota in questo ultimo anno, è il cambiamento dei conflitti ed il modo di fare la guerra, così come variano le tematiche e i messaggi dei film riguardo l’argomento: ogni guerra ha il suo tipo di film.

Abbiamo avuto film di guerra ambientati nel lontano passato, su cui alleggia sempre una patina di epicità: film come 300, o anche la discutibile trasposizione del poema omerico Troy. Storie di personaggi eroici passati, ingigantite dal gusto per le azioni altisonanti.

Uno dei periodi più presi di mira dal genere è il secondo conflitto mondiale, con film di culto come il già citato Salvate il soldato Ryan, Flags of our fathers o il tarantiniano Bastardi senza gloria. Molto spesso in questa sottosezione la trama si riduceva alla fazione protagonista contro il grande nemico: il nazismo.

Un’altra terribile guerra presa in considerazione è il Vietnam. Forse uno dei più grandi schiaffi morali, politici e sociali ai danni dell’America: una guerra alienante e logorante. Proprio l’alienazione è una delle caratteristiche principali dei film che seguono il filone del Vietnam: il reduce impossibilitato a vivere nella società, il soldato con troppi incubi. Sindrome portata sullo schermo dal personaggio cult John Rambo ma anche dai soldati di Full Metal Jacket.

Ora nel 2016, film come Il diritto di uccidere, l’ultimo col compianto Alan Rickman e The good kill con Ethan Hawke hanno mostrato un nuovo tipo di guerra ed un nuovo tipo di alienazione. Ormai in Medio Oriente, la presenza di velivoli da guerra a comando remoto è sempre più massiccia. Armi ipertecnologiche con un nome evocativo: Predator. Questo aereo di dimensioni ridotte può essere armato pesantemente senza alcun rischio per il pilota, che lo comanda anche a centinaia di km di distanza.

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Soprattutto nel film sopracitato The good kill, a parte il terribile impatto psicologico per il nemico, anche il pilota stesso non esce indenne dal conflitto morale interiore che crea il suo ruolo. O almeno, questo è quello che film come The good kill vorrebbero denunciare: un nuovo tipo di alienazione, in un mondo sempre più tecnologico e sempre meno “etico”. Se di eticità possiamo parlare riguardo l’argomento “guerra”.

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