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Oliver Stone alla Festa del Cinema di Roma: “noi accettiamo una sorveglianza di massa”

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Il regista statunitense Oliver Stone presenta Snowden alla Festa del Cinema di Roma. Il fango del potere nell’era di internet è una guerra (non più) segreta alla libertà individuale, tra eroismo e passività.

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Ha raccontato il Vietnam, le guerre sporche dell’America Latina, la rabbia dei reduci e l’assassinio di Kennedy e oggi, quando i computer possono fare più vittime e consenso, proselitismo e informazione, di qualunque altro mezzo, Oliver Stone porta in scena la guerra del cyberspazio. Incontrando il pubblico all’Auditorium di Roma, il regista premio Oscar, rimpiange il “vecchio mondo di mio padre”, ma non ha nessuna intenzione di deporre le armi potenti del visivo e della parola. La sua America è una nazione che sembra perduta, stritolata dalle colpe dei padri e dai paradossi dei figli. Alternando la visione dei momenti più intensi dei suoi film, Stone si riconosce in Ron Kovic – protagonista di Nato il quattro luglio – quando irrompe alla convention del Partito Repubblicano nel 1972: “Nei mie incubi sono su quella sedia a rotelle, e urlo come fa lui. E intorno tutti mi danno del pazzo”. Eppure è con lucidità e coerenza che Stone continua a filmare lo psicodramma di un paese:

L’America è uscita a pezzi dallo sfrenato capitalismo dell’era reaganiana. La classe media bianca si è impoverita e incattivita, e Trump è figlio di questo contesto, ne raccoglie la rabbia e la disillusione, ma non credete che la Clinton sia migliore: lei inizierà un’altra guerra”.

Al di là di tutte le convinzioni politiche, Stone non sembra riconoscersi in nessun mito certo:

Obama non è stato all’altezza, ha coperto e usato anche lui un sistema di sorveglianza globale che ha solo minato le nostre libertà. Il nostro paese si basa su un consenso globale che ha reso, dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Usa come i poliziotti del mondo. Non abbiamo mai smobilitato, anzi ci siamo impegnati ogni volta in una guerra diversa, più cruenta e infruttuosa, più assurda e ingannevole, solo per mantenere attivo il saldo dell’apparato militare. Dopo la caduta del Muro ci saremmo dovuti fermare, ma in pochi anni c’è stato il Kuwait, poi dopo l’11 settembre abbiamo usato la scusa del terrorismo per un nuovo tipo di guerra, quella informatica ”.

E qui la sua voce non si incupisce, non arretra, ma cerca di svegliare la pigrizia mentale di chi vuole dare per scontato libertà e sicurezza.

“Noi accettiamo una sorveglianza di massa. E in questo film la vicenda di Snowden non racconta solo il coraggio e la determinazione di un uomo, ma vuole essere uno stimolo a non dare nulla per scontato. A non accettare ciò che il governo (americano) ha fatto in nome della sicurezza nazionale. Siamo tutti schedati, siamo tutti sorvegliati, intercettati e ciò è intollerabile. Il terrorismo non c’entra nulla, si fa questo solo per controllare tutto e tutti”.

Dopo l’incontro con stampa e pubblico si va alla prima di Snowden con un senso di disagio e una domanda: perché? Un quesito più profondo, esistenziale, di come politica e militarismo stanno andando a braccetto verso la catastrofe. Una guerra informatica con nemici invisibili e amici altrettanto sfuggenti. È Joseph Leonard Gordon-Levitt ad interpretare l’ex consulente di NCA e CIA Edward Snowden, l’uomo che ha raccontato al mondo i programmi di sorveglianza informatica globale dello spionaggio americano, dando calore a un film glaciale e sinistro. Inquietante come un segreto inconfessabile, che svelato ha spaventato così tanto l’establishment da volerlo sminuire in semplice hackeraggio.

E’ solo un hacker” afferma il presidente Obama, durante il film, riferendosi a Snowden. La forza di racconto non viene mai meno, non scendendo a patti con la facile spettacolarizzazione, ma restando sui fatti, sui gelidi dati che danno forma a un pensiero, pulsanti che uccidono, programmi che violano privacy e l’anima stessa di un paese alla deriva. L’America oggi.

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