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Captain Fantastic: Chomsky e la contraddizione del buon selvaggio

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Un padre e i suoi figli ai confini della civiltà, tra lezioni di marxismo, grande letteratura e l’impossibile dialogo tra gli opposti. Tra radicalismo educativo e sentimentalismo riconciliante.

Dopo la buona accoglienza al Sundance Film Festival e a Cannes raccoglie applausi e consensi anche alla Festa del Cinema di Roma il Captain Fantastic di Matt Ross. L’opera seconda di un attore e regista noto al grande pubblico per la partecipazione in American Psycho, The Aviator e la serie tv Silicon Valley, racconta la singolare (?) storia di un padre che ha rifiutato la vita della società per i consumi per una tra i boschi di un “non luogo” più intimo che geografico. Ed è qui che ha cresciuto insieme alla moglie i suoi sei figli. Un piccolo esercito di controcultura hippie? Non proprio. Matt Ross sceglie una regia anti-spettacolare, più europea e incollata sul suo cast praticamente perfetto, Viggo Mortensen e la sua prole, più attenta a seguire il ritmo dei dialoghi che quello di una storia scorrevole ma piatta nel suo intento didascalico. Il grande pregio di Captain Fantastic è il suo limite sin dalla prima scena, cercare nei numerosi riferimenti letterali (Chomsky, Nabokov, Marx) un mondo interno che diventa trincea. Ben Cash (Mortensen) educa in casa (nella foresta) i suoi figli, lontano della istituzioni preferisce letture impegnate dei classici, dialoghi intorno al fuoco, danze e musica, escursioni e caccia. Un no al mondo condivisibile ma autoreferenziale, coraggioso ma privo di vero confronto. Ben presto la folle famiglia dovrà saldare i ranghi più che per il ritorno prepotente della civiltà, per il ben più anarchico (e materiale) fato: un lutto. Ed è l’elaborazione del lutto a far scricchiolare riti e certezze.

Matt Ross scrive e dirige, con doverosa perfidia le famiglie “normali” come un vuoto involucro di corpi senza cervello, ma non sembra controllare la materia emotiva della seconda parte, rifugiandosi a volte in macchiette più che in veri personaggi. La sconfitta della società dei consumi è sacrosanta, ma anche quella di una educazione colta ma dittatoriale puzza di una cattiva resa dei conti con i sentimenti. E quando i capitalisti sono solo ricchi nonni nemmeno troppo antipatici, e i rivoluzionari arrivano ai compromessi solo dopo che il cuore ha riscaldato la mente, allora la via di mezzo più che riconciliare irrita. La sincerità autoriale non è in discussione, il suo coraggio da rivedere alla prossima gita tra i boschi. Sempre meglio di una gita alla PlayStation.

Il trailer:

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