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Genius: vivere e morire inseguendo la parola

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Michael Grandage porta al cinema l’amicizia tra il tormentato Thomas Wolfe e il suo mentore ed editor Maxwell Perkins. Quando la creazione di un’opera è prima di tutto un incrocio di caratteri e debolezze.

La letteratura come corsa sfrenata dell’Io verso l’estasi (e l’abisso) di una parola. E un’altra ancora, affluenti in un fiume in tempesta che racchiude troppe esistenze per una vita sola. È così che scorre l’esistenza di Thomas Wolfe, scrittore collezionista di rifiuti, ubriacone, solitario, maledetto e narcisista, figlio di un’America anonima e pigra (le montagne della Carolina del nord) che nella New York del 1929 incontra Maxwell Perkins, editor e scopritore di Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. Un incontro tra la burrasca e la quiete, il genio e la concretezza.

Per il suo esordio cinematografico il grande autore teatrale Michael Grandage si basa sul libro Max Perkins: Editor of Genius, scegliendo il pacato (e smisurato) talento di Colin Firth come contraltare alla recitazione sopra le righe di Jude Law in un susseguirsi di duetti alla furiosa ricerca della giusta forma, la giusta parola. Riuscendo ad asciugare una sceneggiatura enfatica, senza ricorrere a scene madri, ma mutuando dal lavoro teatrale una innata capacità di dirigere gli attori (dalla Kidman a Guy Pearce, da Laura Linney a Dominic West), Grandage si sofferma sul processo creativo come continua messa in discussione di scelte e possibilità, di caratteri e visione di un mondo (l’America della Grande Depressione) dove è la sintassi scorretta di un’orchestra jazz il rifugio a un calore umano che è ormai scomparso.

Genius sembra procedere lineare e corretto, ma è ben lungi dall’essere l’ennesima variazione sul tema “dell’artista maledetto”, capace di dar vita alla lucida follia di una mente strozzata dall’Ispirazione e dall’ambizione. Thomas Wolfe cammina sull’abisso senza badare a moglie, salute o normalià. E se il prezzo è una rinuncia alla felicità borghese, il risultato è un egocentrismo che può generare capolavori. “Che verranno ricordati anche tra cento anni”, come dice lo stesso Wolfe.

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