"

7 Minuti: la lotta giusta, il cinema sbagliato

Applausi e buone recensioni per il nuovo film di Michele Placido in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Il consenso sulle intenzioni è cieco sull’incapacità di andare oltre l’ovvio.

Il red carpet italiano più atteso della Festa del Cinema di Roma, il trio di donne Cristiana Capotondi, Ambra Angiolini e Violante Placido, una firma prestigiosa e sempre in grado di far discutere, quel Michele Placido che ha raccontato tutti i problemi organizzativi per realizzare un film diverso dalla dittatura “comica” del nostro cinema contemporaneo, un impianto teatrale ricercato con un cast al femminile di ben undici donne: 7 Minuti è il film italiano più importante dell’anno. Ma non il più riuscito.

L’applauso (e il glamour), e uno slancio festivaliero che può portare un buon successo al botteghino, raccontano meglio di qualsiasi recensione (positiva o non) il bisogno di crescere di un pubblico assuefatto da prodotti fotocopia. Esattamente come un anno fa nelle sale dell’Auditorium, si festeggiava il diversissimo “Lo chiamavano Jeeg Robot”, vero oggetto-tormentone della scorsa stagione, 7 Minuti può essere il traino per un altro anno alla ricerca di un cinema italiano di nuovo adulto e capace di raccontare la contraddizione genetica di un paese schizofrenico e bellissimo.

Un’importante azienda tessile decide di vendere la quota maggioritaria della proprietà ad una ditta francese. Con la prospettiva di perdere il posto di lavoro, le conseguenze immediate per le operaie è il volere o meno firmare l’accordo con la nuova proprietà. Una clausola da strozzinaggio mette in moto la discussione delle rappresentati di fabbrica: ridurre la pausa pranzo da 15 a 8 minuti.

7 minuti. 7 minuti che mettono in gabbia le undici donne, ognuna con le proprie debolezze, bisogni, priorità, dilemmi morali o cinismi di sorta. Il dibattito è fatto di monologhi e assoli recitativi, dialoghi serrati e momenti di intensa riflessioni. Cinema da camera per cui la forza della sceneggiatura e la perfezione della recitazione vale l’intera riuscita. Ed è qui che il film deve fare i conti con i propri limiti. Se l’intensa Clemence Poesy (un’albanese che ha subito molestie in fabbrica) restituisce tutto il dramma umano e materiale della vicenda, e Ottavia Piccolo (il portavoce del consiglio) è perfetta nel suo mediare lo scontro generazionale e razziale in atto tra le operaie, il resto del cast non si vede presente. Praticamente mai. E se all’esordiente Fiorella Mannoia tutto si può perdonare, sarebbe forviante non dire della per nulla credibile operaia Cristiana Capotondi e le eccessive Angiolini e Placido. Nemmeno nei dialoghi tutto fila per il meglio, e se il patetismo non risulta indigesto è solo grazie all’attenta regia di Michele Placido, completamente a suo agio nell’impostazione teatrale facendo in modo che ogni frammento del film sia necessario, ma allo stesso tempo il suo complesso risulta fragile e compromissorio.

7 minuti crea empatia con la storia, ma non con i personaggi. Un limite non da poco per un film così ambizioso. Il cinema civile alla Ken Loach è un’altra storia.

Il trailer:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *