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Jackson Pollock: gli automatismi mistici dell’Action Painting

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“La Pittura è uno stato dell’Essere, la Pittura è una scoperta del sé. Ogni buon artista dipinge ciò che è” J. Pollock

Fugace, intenso e penetrante, Jackson Pollock, il genio indiscusso dell’Action Painting, rivoluzionò il linguaggio dell’arte del XX secolo, intrecciando con linee e arabeschi gocciolanti le sorti dell’Espressionismo Astratto americano. L’idea ormai superata di un oggetto artistico tradizionale, fu rimpiazzata da un movimento fisico, da un evento che incorporava l’atto creativo del dipingere dando vita a originali connessioni fra la materia primordiale e la fisicità del gesto. Con Pollock per la prima volta i segni trasferiti lungo la tela diventarono gesti di liberazione, di purificazione dalle forme, dalle gerarchie e dai confini, e questa innovazione radicale lo portò a lottare ostinatamente per affermarsi nel mondo dell’arte del primo dopoguerra.

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Nato il 28 gennaio del 1912 a Cody, nello stato del Wyoming, Pollock crebbe tra l’Arizona e la California, dove venne a contatto con la pittura dei nativi americani, una pittura effimera che mescolava la sabbia ai pigmenti, in una danza tribale sciamanica che ritorna nelle opere dell’artista attraverso i linguaggi psichici e le figure inconsce che emergono tra i segni. Trasferitosi a New York nel 1929, fu allievo del pittore Thomas Hart Benton, e in seguito si avvicinò all’artista messicano specializzato in murales David Alfaro Siqueiros, del quale assimilò la pittura liquida. Apprese la lezione surrealista grazie a Peggy Guggenheim, influente collezionista e mecenate d’arte che finanziò il suo trasferimento insieme alla moglie, a Long Island, e favorì la risonanza dell’operato artistico di Pollock dagli Stati Uniti fino in Europa.

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Nel 1947 dopo aver abbandonato definitivamente gli automatismi surrealisti, rinunciò anche al cavalletto fissando la tela direttamente sul pavimento e diventando un tutt’uno con il dipinto, che emergeva dal ritmico uso del colore e dall’unione del corpo con l’opera. Nacque così la tecnica del Dripping (Sgocciolatura), una vera e propria performance nella quale l’artista si immergeva nelle trame della tela scivolando in una danza rituale che determinava le colature dei colori a olio, delle vernici, o degli smalti sintetici. Le linee e le macchie di colore stratificato assumevano delle forme che l’artista non era in grado di governare, ma obbedivano ad una geometria mistica, che Pollock riportava all’origine. I filamenti di colore negli anni si fecero sempre più scuri, fino agli anni cinquanta nei quali predilesse le tinte cupe arrivando ad usare soltanto il nero, ma la sua fama crebbe notevolmente e i suoi lavori furono sempre più richiesti.

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Pollock, da sempre tormentato dall’alcol, morì nel 1956 in un incidente stradale, lasciando una grandissima eredità pittorica in quanto espressione autentica della nuova frontiera americana, che consacrò gli Stati Uniti a nuovo centro della ricerca artistica e segnò le sorti dell’arte mondiale del secondo Novecento. Le sue opere colossali intrise di forza che vibra, suggeriscono la sottile differenza fra l’osservare la natura e dipingere ciò che l’occhio coglie, e il rendere l’atto pittorico un’espressione della natura stessa.

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