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Peter Murphy, il lungo addio del post punk

Prima data italiana dello Stripped Tour. Un viaggio nelle acque oscure e malinconiche di suoni che superano gli anni ’80 per farsi eterni. Oggi si replica a Bologna.

L’ultima volta che Peter Murphy scese in Italia era il 2013, con il Mr Moonlight Tour. Il repertorio storico dei Bauhaus in setlist, con la sbilenca e misconosciuta Subway, sola presenza della trentennale carriera solista. Una celebrazione della creatura di She’s In Parties e The Passion of Lovers con cui Peter Murphy ha chiuso (per sempre?) con un passato glorioso. Un monumento della goth culture sopravvissuto alla caduta del muro, ai dancefloor modaioli, al revivial vuoto e consumistico, al tempo. Questo è l’involucro.

Un poeta, un coerente disseminatore di suoni, un performer dal carisima ineguagliabile. Questo il contenuto. Peter Murphy per chi lo ha seguito sin dai tempi di Should The World Fail To Fall Apart, è andato ben oltre l’iconografia santa al rovescio del primo post punk, con nove dischi dal 1986 al 2014 mai banali, mai a patto né con la classifica né con il falso underground. Trasformando la claustrofobia (a tratti la disperazione) violenta dei Bauhaus in una sottrazione del suono, in chitarre lamentose verso l’infinito, prendendo dall’elettronica la lezione più illuminante: mettere in musica ciò che viene un attimo prima dell’incubo. Uno smarrimento sensitivo che anche nell’ultimo lavoro Lion è compatto ed ispirato, tra accelerazioni improvvise e stasi.

Al Teatro Quirinetta di Roma, a pochi passi da Fontana di Trevi, lo Stripped Tour divide subito il pubblico pagante in chi ha una necessità psicofisica di perdersi nella musica e chi è venuto solo per scattare foto. La formazione a tre, chitarre e basso, voluta per questo tour lascia che sia la voce di Murphy a condurre nei territori dell’immaginifico e della possibilità. “We’re fueling for the light, cascading like the rain in Twilight”, canta nell’opener Cascade, uno dei sui pezzi migliori, e sono i temi del rosso e del blu ad illuminare il palco e uno sguardo consapevole e fiero.

Murphy ha preparato una scaletta divisa tra il suo repertorio e i pezzi più atmosferici dei Bauhaus, chi per scaldarsi ha bisogno della banalità rock di batteria e chitarra elettrica è pregato di uscire e portarsi con sé i propri cellulari. Seguono All Night Long, Indigo Eyes. Le sonorità si fanno più limpide, ma sempre spezzettate in mille frammenti schiumosi e taglienti. Musica lontana migliaia di miglia da categorie preconfezionate, inseguendo labirinti elettronici e aperture melodiche, sguardi e gesti di Murphy ipnotizzano facendo a pezzi persino la sua gloriosa creatura. Chitarra acustica a tracolla e Marlene Dietrich’s Favourite Poem entra come un pugnale tra i ricordi di un sogno che si credeva dimenticato. Correva l’anno 1989 ed è con questa canzone e A Strange Kind of Love che Peter Murphy si è guadagnato un credito illimitato. Ascoltandole la gola si chiude. Il resto è per i comuni mortali. A dividere le due gemme della prima parte di serata un attacco deliberato al concetto stesso di cover-omaggio.

The Bewlay Brothers da Hunky Dory è una presa di coscienza della fame avuta, per desiderare (ad ogni costo) di uscire dall’oscurità ed essere lì. Come pagliacci-venditori, ingannatori e mercanti. Artisti dalle mille maschere su quel palco, come fu per David Bowie. E i fratelli Bewlay sono per una sera lo stesso Peter e Bowie: “nel Padiglione Distorsioni-Mentali”, a cantar storie di ombre tra le ombre, fermando il tempo e l’oblio, lasciando che sia l’emozione singolare ed intima di ognuno il singhiozzo melodioso di questa musica d’Altroquando.

Il sabba di King Volcano e Kingom’s Coming fanno da apertura a Silent Hedges. E qui sono i migliori Bauhaus a prendere vita, tra danze di morte e “some other kind of madness”, la voce di Peter Murphy non cede mai, incurante dell’orologio, del calendario, rivolgendosi al demonio-tempo con piglio strafottente. E da qui la chiusura di set porta a compimento la catarsi. Never Fall Out, Gaslit e la nuova Lion sono quanto di meglio si possa ascoltare in questa epoca di riciclo. Una risposta coerente e bellissima di un’artista maturo, ancora in trincea ma senza trucchi. Solo la voce e lo sguardo. Tre canzoni che sembrano essere una lunga suite, ancora il rosso e il blu. Un attimo prima di dormire o morire. Al ritorno per i bis la corda emotiva rimane tesissima. All We Ever Wanted Was Everything è un’altra immersione nella gloom generation, grigia e trattenuta. Timida e violentissima. Il punto massimo della serata. La preparatoria The Three Shadows, Part I apre Hollow Hills per un pubblico che risponde entusiasta riconoscendo e cantando il capolavoro di Mask, come se ciò che ha ascoltato prima fosse accessorio. Niente di più sbagliato. A chiudere la serata una concessione forse troppo generosa al mito dei Bauahus; Bela Lugosi’s Dead fa ballare al ritmo di un discesa negli inferi che ha fatto epoca, ma che al cospetto di quanto fatto dopo da Peter Murphy (e dagli stessi Bauhaus), risulta persino stucchevole.

Un ultimo sorriso e saluto e tutti a casa, senza Ziggy Stardust e con l’amaro di una chiusura non riuscitissima. Un bicchiere di vino e poi tutto torna alla memoria, la voce, il rosso e il blu, e quei suoni da veglia e delirio. L’insonnia fatale di Peter Murphy.

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