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Susan Sarandon e il voto “con la vagina”

Susan Sarandon sostiene che non voterà con la sua vagina. Ben detto: scendere a compromessi non è mai una cosa piacevole da fare. E scegliere tra Donald Trump ed Hillary Clinton può non essere la situazione ideale. Ma è importante, ogni tanto, votare con il cervello e non con il sedere.

Entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti presentano  le loro problematiche. Parlando di Donald Trump razzismo, sessismo ed omofobia rappresentano la triade nera di un programma che in quanto a diritti non è semplicemente lacunoso: rischia addirittura di portare indietro la politica interna di almeno un secolo. Hillary Clinton, ha delle posizioni di politica estera buone per ciò che concerne il commercio e meno chiare per ciò che riguarda la gestione dei conflitti in atto in medioriente.

Sostenere un terzo candidato come Jill Stein sembra la soluzione più adeguata ascoltando Susan Sarandon: politica green, acqua, inquinamento. Tutte cause giuste e sacrosante. C’è un problema di fondo nel ragionamento però, fermo restando la libertà individuale di voto intoccabile. E’ molto facile fare le battaglie sulla pelle degli altri. Che lo si sia amato o odiato, Barack Obama ha raggiunto dei traguardi in materia di diritti evidenti: copertura sanitaria per milioni di persone che prima rischiavano di morire di malattie che in Italia vengono curate (non si sa ancora per quanto, N.d.R) con estrema semplicità, diritti ed uguaglianza per la comunità LGBTQ, un’integrazione maggiore delle minoranze: e si parla di cittadini statunitensi, non di chissà quali ipotetici flussi migratori.

Da una parte si ha la regressione, dall’altra il mantenimento di quello per il quale si è lottato: questa è la principale differenza tra Donald Trump ed Hillary Clinton. Non si tratta di votare con la vagina: chiamare in causa il femminismo sarebbe stupido tanto quanto il “negarlo”.  Si tratta semplicemente di votare con il cervello tra due proposte che riguardano la maggioranza della popolazione.

Maggioranza: è la prima parola chiave. E’ molto facile darsi a battaglie giuste rischiando la perdita, per programma, di diritti dei quali non si ha bisogno di usufruire. Sono i soldi, anche nel caso di Susan Sarandon, a fare la differenza. E’ molto improbabile che il padre di famiglia, cittadino americano e magari appartenente ad una minoranza razziale, che lotta per arrivare alla fine del mese e non sa come curare il figlio malato possa trovare interessante e giusto risvegliarsi il giorno dopo le elezioni con un presidente come Trump. Un politico che avrebbe in quel caso diritto a schiacciarlo solo perché vi sono state delle persone che hanno trovato intellettualmente corroborante fare delle battaglie che, vinte o perse a livello presidenziale, non portano assolutamente cambiamenti nella propria privilegiata vita.

Ovviamente il successo non è un demerito: né per Susan Sarandon, né per tutti coloro che hanno fortuna economica. Ma essere in grado di pensare con il cervello, ogni tanto, potrebbe fare la differenza. Perché niente vieta di combattere per i propri ideali evitando di fare del male agli altri e spingendo il vincente a cercare soluzioni a cause effettivamente importanti che di fatto già rientrano nell’agenda di gestione degli Stati Uniti. E’ questa la differenza tra un voto con la testa ed un voto con il sedere nel corso delle Presidenziali. E forse anche Susan Sarandon lo sa, dato che a domanda diretta su eventuali rimpianti in caso di vittoria di Donald Trump, non ha una risposta diversa dal politichese che tanto vuole combattere. Insomma, vagina no. Ma nemmeno sedere.

 

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