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Elezioni USA: tra Clinton e Trump vincerà il meno peggio (forse)

È arrivato il giorno più atteso dell’anno. Fra qualche ora gli elettori americani, prima quelli della East e poi quelli della West Coast, si sveglieranno e si recheranno alle urne per eleggere il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Non solo, dovranno scegliere anche i nuovi membri del Congresso, vale a dire i 435 deputati della Camera, e 34 dei 100 rappresentanti del Senato (si rinnova un terzo dell’Aula ogni due anni). Se ciò non fosse sufficiente, giusto per non farsi mancare niente, in nove Stati si voterà anche per la legalizzazione della cannabis: i cittadini di California, Maine, Nevada, Arizona e Massachusetts dovranno scegliere se regolamentare la marijuana a scopo ricreativo, quelli di Arkansas, Florida, Montana e North Dakota se produrla e metterla in commercio a scopo terapeutico. Un Election Day al cubo insomma.

Domani mattina (per l’Italia, notte per gli Usa) a quest’ora Hillary Clinton potrebbe diventare il primo Presidente donna della storia americana, spazzando via le inquietudini internazionali relative al fatto che la più grande superpotenza mondiale possa essere guidata da un miliardario bugiardo, misogino, razzista, populista e caricaturale come Donald Trump. Secondo gli ultimi sondaggi realizzati pochi giorni prima dell’8 novembre, l’ex First Lady ed ex Segretario di Stato avrebbe di nuovo ampliato il proprio vantaggio sul rivale grazie al voto anticipato degli elettori ispanici e al dietrofront del direttore dell’Fbi James Corney (di fede repubblicana), che lo scorso 28 ottobre aveva spiazzato il mondo rivelando l’esistenza di una nuova valutazione sulla rilevanza di alcune email di Clinton trovate nel computer di Anthony Weiner, marito dell’ex assistente della candidata democratica, sotto inchiesta federale per presunti abusi sessuali su minori.

Un’intromissione politica del genere da parte del Bureau, a 11 giorni dalle elezioni, senza che ci fossero prove concrete o indizi di reato, non si era mai vista nella storia americana. Tant’è che lo stesso Carney, dopo aver fatto il danno, ha dichiarato che “durante l’intero processo di verifica di tutte le comunicazioni che sono state inviate o ricevute da Hillary Clinton mentre era segretario di Stato non sono emersi elementi per modificare le nostre conclusioni già espresse a luglio”. Riassumendo: nessuna inchiesta. E chi se ne frega se quanto aveva detto una settimana prima avrebbe potuto determinare il risultato delle Presidenziali. Dopo tutto parliamo “solo” degli Stati Uniti d’America.

Ma torniamo alle elezioni. Dopo un anno e mezzo di campagna elettorale, che i più diplomatici hanno descritto come “dura”, ma che i più realisti hanno definito “becera” a causa degli scontri, degli insulti, di molte dichiarazioni oltre limite della decenza da parte di Trump e di alcune spiegazioni alquanto controverse da parte di Clinton, l’Election Day è arrivato portandosi dietro anche una buona notizia: lo staff del magnate americano gli ha tolto la gestione del suo account Twitter, lo stesso da cui lanciava anatemi contro le donne, gli immigrati o il bersaglio di turno. A rivelare la lieta novella è stato il New York Times, che ha spiegato come i collaboratori di Trump temessero che l’imprenditore potesse scrivere qualcosa di “inappropriato” anche nel giorno delle elezioni. Per la serie, “prevenire è meglio che curare”. Una decisione che anche l’attuale Presidente Barack Obama non ha mancato di commentare: “Se qualcuno non sa gestire un account Twitter, figuriamoci i codici nucleari”. E in effetti non sembra avere tutti i torti.

Elezioni Usa: gli ultimi sondaggi
Come detto in precedenza, le rilevazioni effettuate nei due giorni immediatamente precedenti al voto, davano Clinton in vantaggio di 3-4 punti percentuali su Trump. Una notizia accolta con una sorta di standing ovation da gran parte del mondo politico, finanziario, sociale occidentale e orientale. Riassumendo: dall’intero globo terraqueo. Basti pensare alla reazione delle Borse. Fino a venerdì 4 novembre i listini internazionali sembrano essere preda di investitori “ubriachi” che compravano o vendevano in base alle innumerevoli notizie provenienti dagli Usa. A Wall Street, lo S&P 500 aveva inanellato undici sedute consecutive di ribasso. Dopo gli ultimi sondaggi tutte (e ripetiamo tutte) le principali Borse internazionali hanno chiuso in netto rialzo, per togliere qualsiasi dubbio a chiunque osasse pensare che la Finanza mondiale stesse dalla parte del miliardario newyorkese.

Ma allora, nonostante in apparenza sembri che tutti sostengano Clinton, chi è che vota per Trump? Dalle indagini statistiche effettuate da Bloomberg, il Tycoon avrebbe il sostegno degli Stati Meridionali, mentre l’ex First Lady non avrebbe rivali nel Midwest, nel nordest e sulla West Coast. Dal punto di vista sociale, votano per la candidata democratica le donne (giustamente inferocite con Trump a causa della sua misoginia), i giovani sotto i 35 anni, gli elettori non bianchi, i laureati e i latinoamericani. In favore di Trump ci sarebbero invece i cittadini non laureati, i bianchi e gli abitanti delle zone rurali. In base ad un’analisi effettuata da Nate Silver (creatore e principale autore di FiveThirtyEight) qualche mese fa a sostenerlo saranno soprattutto gli White men del ceto medio basso, coloro che hanno subito maggiormente la crisi economica e che non accettano la sempre maggiore preminenza demografica di ispanici, donne e delle varie minoranze.

L’ascesa politica di Donald Trump
Guardando queste elezioni da lontano, gran parte dell’opinione pubblica si chiede come il magnate americano possa essere arrivato dov’è, nonostante tutto, riporto in testa compreso. Come hanno fatto i repubblicani, gli stessi che in passato hanno avuto presidenti come Abraham Lincoln (l’uomo che ha abolito la schiavitù negli Stati Uniti) Theodore Roosevelt (un premio Nobel per la Pace), Ike Eisenhower (comandante degli eserciti alleati contro il Terzo Reich) a scegliere un personaggio come Trump? La risposta potrebbe trovarsi nello stesso passato: dopo tutto il partito repubblicano è lo stesso che ha eletto Richard Nixon (qualcuno ricorda il Watergate?) e George W.Bush.

Il miliardario newyorkese ha costruito la sua fortuna politica ponendosi come l’uomo anti-sistema, colui che difenderà il Secondo Emendamento (quello che dà il diritto ai cittadini americani di acquistare armi come se fossero giocattoli) con ogni mezzo possibile. Sarà il Presidente della deregulation, del taglio della pressione fiscale, della riduzione delle spese federali e degli sprechi, della rinascita delle imprese, della lotta senza quartiere all’immigrazione e dell’abolizione della riforma della sanità targata Obama.

Qualcuno crede che, nel caso in cui venga eletto, non sarà davvero così folle da attuare le promesse assurde fatte in campagna elettorale, ponendo da parte politiche catastrofiche dal punto di vista economico e sociale come la cacciata di 11 milioni di immigrati, il muro al confine con il Messico, la guerra commerciale con la Cina ecc. (la lista è troppo lunga, abbiate pazienza). Anche perché per farlo avrebbe bisogno dell’appoggio del Congresso e, come dimostra l’esperienza Obama, dalla composizione del Parlamento americano dipendono anche i margini d’azione dell’inquilino della Casa Bianca.

I sostenitori di Trump lo paragonano addirittura ad un altro presidente del passato, Ronald Reagan, il simbolo del sogno americano, colui che, sottovalutato da tutti, da semplice attore divenne l’uomo del riscatto dopo il disastro di Nixon e la vergogna del Vietnam.

Ma la realtà è che, in caso di una sua vittoria, le conseguenze immediate potrebbero essere pesantissime. Nel caso in cui all’1.00 del 9 novembre (le 7 del mattino in Italia) gli Stati Uniti andassero a dormire con il Tycoon alla guida della Casa Bianca a reagire per prima sarebbe la finanza con un crollo generalizzato delle Borse e un dollaro in caduta libera sul mercato valutario. Poi il panico arriverebbe agli alleati politici, prima quelli asiatici, poi quelli della Nato. L’Europa in primis reagirebbe malissimo, rischiando di dover assistere inerme a decisioni avventate ed essendo costretta a stringere accordi paralleli per evitare alcune delle imposizioni doganali che Trump ha promesso in campagna elettorale. Inutile nascondere che, data la “dipendenza” che il Vecchio Continente ha nei confronti degli Usa, le ripercussioni potrebbero essere tutt’altro che modeste.

I dubbi su Hillary Clinton
Osservando gli Stati Uniti dall’altra parte dell’Oceano, si ha l’impressione che in caso di vittoria di Hillary Clinton, gli statunitensi non avranno scelto il candidato in cui credono realmente, ma il meno peggio tra i due in gioco, quello che sicuramente farà meno danni nonostante non possieda qualità eccelse. La verità è che l’ex First Lady, a prescindere dal sexgate che ha coinvolto il marito Bill, viene vista da molti (anche per merito di Trump) come una donna che per più di trent’anni ha fatto parte di un sistema che non è mai riuscita a cambiare, sul quale non ha mai inciso veramente.

Una candidata molto più equilibrata certo, ma che non è riuscita a dissipare i dubbi esistenti sull’email-gate ( informazioni top secret inviate dalla Clinton quando era Segretario di Stato attraverso un normale account di posta privato e non governativo) che la perseguita da tempo. Molti di coloro che voteranno per lei lo faranno perché non vogliono Trump Presidente. Punto.

Se vincerà, l’ex First Lady porrà in essere una politica in sostanziale continuità con quella di Obama: un mix di interventi pubblici e di incentivi per le imprese, investimenti federali sulle infrastrutture. Ha promesso di alzare le imposte a carico dei ceti più ricchi, estendere la copertura sanitaria prevista dall’Obamacare e porre dei limiti al Secondo Emendamento.

Alcune nozioni pratiche
Chi non si è soffermato a studiare con attenzione il sistema elettorale americano, potrebbe trovarsi un po’ in confusione davanti a queste elezioni. Per questo motivo occorre fare un breve riassunto.

Negli Stati Uniti, in base alla legge, si vota il martedì successivo al primo lunedì di novembre (che quest’anno cade l’8 novembre, appunto). In realtà i cittadini non eleggono direttamente il Presidente degli Stati Uniti, ma eleggono i 538 Grandi Elettori che a loro volta sceglieranno l’inquilino della Casa Bianca. Ognuno dei 50 stati può eleggere un numero di Grandi Elettori proporzionale al numero della popolazione, per esempio la California ne ha 55, l’Alaska solo 3 (per ovvi motivi).

È dunque possibile che il candidato che ottiene più voti popolari non vinca le elezioni perché l’avversario ha conquistato gli Stati che possiedono un numero più alto di Grandi Elettori (ricordiamo Bush contro Gore). Per vincere dunque, Trump da un lato e Clinton dall’altro avranno bisogno di ottenere la preferenza di almeno 270 Grandi elettori. Questi ultimi non sono costretti a votare l’esponente a cui sono legati, ma solitamente rispettano la volontà del proprio partito senza proferire parola. Per questo motivo, nonostante ufficialmente la scelta del Presidente avvenga a dicembre, si capirà immediatamente chi ha vinto.

I sondaggisti non hanno dubbi, a prevalere sarà Hillary Clinton. Peccato che i dubbi non li avevano nemmeno lo scorso 23 giugno, quando in massa previdero la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea e furono completamente spiazzati dalla vittoria del Leave che decretò l’ormai celeberrima Brexit. La speranza è che stavolta abbiano imparato dai loro errori.

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