"

USA: abbiamo due mesi di tempo per digerire la presidenza di Donald Trump

Photographer: John Taggart/Bloomberg via Getty Images

Se pensate che il 9 novembre sia stato, a livello globale, il giorno più cupo della storia politica internazionale degli ultimi decenni, aspettate di vedere cosa proverete il prossimo 20 gennaio quando i media di tutto il mondo trasmetteranno le immagini di Donald Trump che, con tutta la fierezza presidenziale che riuscirà ad ostentare e con un istituzionale tinta biondo-arancione appena fatta, varcherà la soglia della Casa Bianca per prendere ufficialmente possesso dello studio ovale e cominciare il suo mandato da presidente degli Stati Uniti d’America.

Probabilmente sarà allora che l’incredulità provata mercoledì scorso si trasformerà definitivamente in sgomento, in timore per ciò che potrà accadere nei quattro anni in cui il tycoon statunitense governerà senza che nessuno possa frapporsi tra lui e le sue (assurde) decisioni.Per la prima volta dal 1928 infatti, i repubblicani sono riusciti a fare l’en plein, conquistando la maggioranza sia alla Camera che al Senatoe mettendo le mani anche sulla Corte Suprema. Un miliardario senza alcuna esperienza politica alle spalle, con un rapporto “molto stretto” col Fisco americano e soprattutto con un bagaglio colmo di populismo, misoginia e xenofobia è riuscito ad ottenere quello che fior fior di candidati (e presidenti) hanno solo potuto sognare negli ultimi ottantotto anni.

Il che aumenta ancora di più i dubbi di molti sulla capacità di giudizio di coloro che, a sorpresa, l’hanno votato. Perché diciamoci la verità, nonostante i giornali, i media e i politici internazionali, nel commentare i risultati delle elezioni dell’8 novembre, continuino a mantenere un atteggiamento impeccabile e ostentino il rispetto dovuto al ruolo che Trump ricoprirà affermando che “nessuno ha il diritto di criticare il voto democratico dei cittadini”, ponendo per un attimo da parte l’ipocrisia, siamo tutti convinti che, esattamente come noi poveri mortali, stiano ancora ad arrovellarsi il cervello cercando di capire come sia stato possibile che, smentendo qualsiasi sondaggio diffuso sul globo terraqueo e (volendo) anche la stessa logica, gli americani abbiano deciso di eleggere Donald Trump.

Trump è presidente, ma gli americani hanno votato Clinton

In questo caso però occorre fare una precisazione, a prescindere dalla tripletta ottenuta dal nuovo presidente e dagli onori conferitigli in lungo e in largo, la maggioranza degli elettori non ha votato Trump, ma Clinton. No, non siamo ubriachi anche noi. Se negli Usa vincesse chi ottiene il maggior numero di voti, l’ex First Lady sarebbe oggi il primo presidente donna degli Stati Uniti d’America con 60.981.118 preferenze (47,8% in percentuale) a fronte dei 60.350.241 voti (47,3%) del rivale. Il “piccolo dettaglio” è che negli Stati Uniti non vince chi conquista il voto popolare ma chi si aggiudica il numero maggiore di Grandi Elettori. Ed è esattamente così che Trump ha ottenuto la presidenza, come accaduto nel 2000 ad un altro “eccellente” repubblicano come George W.Bush (contro Al Gore).

Le motivazioni alla base di ciò che è successo, sono essenzialmente due: da un lato, quasi tutti gli Stati si contraddistinguono per un sistema maggioritario in base al quale se un candidato ottiene anche solo un voto in più si accaparra tutti i grandi elettori del territorio. Il che significa, che vincere con l’80% dei voti o con il 50,1% non fa alcuna differenza. Dall’altro il numero di Grandi Elettoriè proporzionale al numero di deputati eletti in quello Stato (che dipende, questo sì, anche dal numero della popolazione). Il che comporta spesso e volentieri una sovra-rappresentazione degli Stati minori. Ecco spiegato come Trump è diventato presidente.

Chi ben comincia è a metà dell’opera

L’unica cosa che rimane da fare è dunque cercare di capire se veramente Trump deciderà di mantenere le promesse folli e i toni sguaiati della campagna elettorale o se invece sceglierà di “normalizzarsi” evitando sconquassi economici, finanziari politici e sociali di portata planetaria.

Il problema è essenzialmente questo: nel corso dell’ultima settimana in molti hanno proposto un parallelo (parecchio improprio a dir la verità, le similitudini sono solo superficiali) tra Silvio Berlusconi e Donald Trump. Senza soffermarci sulle differenze abissali tra l’uno e l’altro, occorre sottolineare una “piccolissima” cosa: mentre le decisioni prese dall’ex Cavaliere hanno influito solo ed esclusivamente a livello nazionale, quelle del miliardario americano riguarderanno non solo gli americani, ma l’intero pianeta terra. Inutile spiegare il perché.

Il giorno dopo le elezioni ci si aspettava il tracollo delle Borse internazionali e invece dopo le prime ore di isteria in cui il dollaro è crollato, i listini asiatici hanno pagato il prezzo più alto di tutti a causa del fuso orario sfavorevole e i future dei principali indici globali preannunciavano una tragedia imminente, tutto è andato liscio come l’olio.

Dal punto di vista finanziario, fino ad oggi almeno, c’è un unico agnello sacrificale: il peso messicano che, dopo l’annuncio della vittoria di Trump ha registrato la peggior settimana degli ultimi otto anni perdendo il 9% del suo valore. Il calo, secondo gli analisti, continuerà anche nelle prossime settimane arrivando anche al 20-25%. Il motivo è presto detto: il Messico potrebbe essere proprio il primo Stato a pagare il prezzo delle decisioni prese dal nuovo presidente Usa. Se Trump decidesse di mantenere le promesse fatte negli ultimi mesi, rinegoziando il Nafta (il trattato di libero scambio in vigore dal 1994 con Messico e Canada), tassando i prodotti delle società americane che assemblano in Messico, deportando i migranti e costruendo l’ormai celeberrimo muro (il che è alquanto improbabile dato che dovrebbe spendere circa 25 miliardi di dollari) per i messicani sarebbe la fine.

Perché il peso sì e le altre monete e le altre Borse no? Perché il discorso pronunciato da Trump subito dopo la sua elezione ha fatto pensare a molti che il senso di responsabilità e che la consapevolezza del peso politico e istituzionale che avranno le sue scelte prevarranno sul populismo e sulla xenofobia. Le parole del tycoon sono state interpretate più o meno così: “non vi preoccupate, se in campagna elettorale sono stato Joker, dal oggi mi trasformerò in Batman”.

Il problema è che a parte quel discorso, dal 9 novembre in poi il nuovo presidente ha lanciato segnali contrastanti. Da un lato ha messo da parte la sua leggendaria aggressività affermando apertamente, in un’intervista rilasciata al Wall Street Journal, che “Ho vinto, ora è diverso”; ha dichiarato di voler salvare una parte dell’Obamacare che durante la campagna elettorale ha promesso di distruggere; ha negato l’intenzione di aprire la commissione d’inchiesta su Hillary Clinton promessa nel corso degli ultimi mesi. Decisioni condivise e condivisibili.

Peccato che dall’altro lato abbia già detto ad Obama di non “mandare segnali contrastanti” in politica estera, annunciando la probabile “dipartita” del mai nato Tpp; abbia pensato bene, giusto per preservare gli equilibri internazionali, di ignorare l’invito dei vertici europei salvo poi ricevere con il tappeto rosso un personaggio del calibro di Nigel Farage, l’uomo che pur di ottenere la Brexit ha promesso ai britannici qualsiasi cosa salvo poi dire, 24 ore dopo la vittoria, “scusate, stavo scherzando”, abbandonando il suo partito prima che la bolla scoppi davvero.

Per non parlare del toto-nomine in atto. Nel corso della sua campagna elettorale il presidente eletto ha definito il problema del cambiamento climatico “una stronzata” (testuali parole) inventata per danneggiare l’industria made in Usa, nonostante la scienza dica tutt’altro. In base alle prime indiscrezioni, una volta alla Casa Bianca, Trump nominerà a capo dell’EPA (agenzia per la protezione ambientale statunitense) Myron Ebell, un uomo che non solo non ha l’esperienza sufficiente, ma che viene considerato «uno dei più noti scettici sul cambiamento climatico». Non solo, perché come segretaria degli Interni potrebbe essere scelta Sarah Palin che nel recente passato ha definito i combustibili fossili come «cose che Dio ha messo in questa parte del mondo perché l’umanità le usi». Le premesse per un’uscita anticipata dall’accordo di Parigi potrebbero presto diventare realtà, con buona pace della sopravvivenza globale..

E ancora: il ruolo di segretario al Tesoro potrebbe andare all’ex banchiere di Goldman Sachs Steven Mnuchin (non proprio un uomo che Trump potrà presentare al suo elettorato come anti-establishment) mentre per amministrare la politica estera potrebbe essere scelto Newt Gringrich, già presidente della Camera ed ex spin doctor della corsa alla Casa Bianca di Ronald Reagan, nonché uno dei più duri accusatori del Lewinskygate. Peccato che lui stesso abbia avuto una storia con un’aiutante al Congresso, si sia sposato tre volte e abbia alle spalle diversi scandali.

E la Clinton?

Hillary Clinton nel frattempo se la prende con il numero uno dell’Fbi, James Comey (repubblicano) accusandolo di fronte ai suoi donatori di averle fatto perdere le elezioni, spostando i voti degli indecisi su Trump a causa della seconda lettera inviata al Congresso il 28 ottobre nella quale annunciava, sulla base di nuove email, l’apertura di una possibile indagine sull’uso di un account privato di posta elettronica da parte di Hillary Clinton quando era Segretario di Stato. Dichiarazioni ritrattate ad una settimana di distanza che però, secondo la candidata democratica avrebbero determinato il risultato delle urne. Il che, a dir la verità, non può essere considerato del tutto improbabile.

Il punto però forse non è questo. Hillary Clinton veniva presentata come la candidata di tutti, ma a ben guardare, non lo era di nessuno. Semplicemente, come detto prima delle elezioni, veniva considerata la “meno peggio” tra i due in corsa verso la Casa Bianca, il male minore. La realtà è che quelle appena concluse sono state forse le peggiori elezioni presidenziali che gli Stati Uniti abbiano vissuto nella loro storia democratica, caratterizzate da due candidati che per diversi motivi, non erano all’altezza del ruolo che li aspettava.

Ciò che però occorre smentire è che “l’America non fosse pronta ad avere un presidente donna”. Semplicemente l’America non voleva Clinton, non a causa del suo sesso, ma a causa di ciò che rappresentava. Fra le molte ragioni per le quali ha perso, non c’è l’essere donna, c’è il suo essere incarnazione del potere, c’è il suo non essere amata nemmeno dai democratici, c’è l’appartenenza all’establishment, la lontananza dai ceti medi e popolari, e perché no, ci sono anche gli scandali del passato dal Lewinskygate all’emailgate.

L’ex First Lady è l’emblema di una politica che, nonostante gli annunci, ha causato, confermato e reiterato diseguaglianze sociali profonde. È la rappresentante di un sistema che ha fallito e che, non i giovani o i latinos, ma che i bianchi dell’America vera, quella dell’industria, quella rurale (vale a dire la stragrande maggioranza degli elettori) voleva sovvertire. Gli Stati Uniti non sono Manhattan, dove Clinton ha stravinto, né Miami, Boston o Orlando, ma l’Alabama, l’Iowa, l’Arkansas, la North Carolina, tutti Stati lontani anni luce dalle promesse (e dalle premesse) che lei incarnava. Col senno di poi le cause della sua sconfitta sembrano chiare, anche se a dir la verità, fino a pochi minuti prima del voto nessuno aveva capito nulla. Né i media, né gli ormai celeberrimi sondaggisti per i quali i l 2016, da una latitudine all’altra, è stato proprio un anno difficile. Dalla Brexit alle Elezioni americane, gli errori sono stati clamorosi (occhio dunque ai sondaggi sul referendum costituzionale italiano). Una delegittimazione come quella appena vissuta, sarà difficile da superare.

In tutto ciò, nonostante le proteste in strada e il rammarico di molti, Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. La notizia buona però è che abbiamo ancora più di due mesi di tempo per digerirlo. Godiamoceli, perché dal 20 gennaio la musica potrebbe cambiare. E non è detto che la melodia sarà piacevole.

[Photographer: John Taggart/Bloomberg via Getty Images]

2 thoughts on “USA: abbiamo due mesi di tempo per digerire la presidenza di Donald Trump”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *