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Marceline Desbordes-Valmore, la Musa dei Poeti Maledetti

Ritratto e miserie di una poetessa rivoluzionaria, autodidatta e amatissima da Verlaine. L’occhio femminile del romanticismo francese.

“Proclamiamo ad alta e intellegibile voce che Marceline Desbordes-Valmore è semplicemente l’unica donna di genio e di talento, di questo e di ogni secolo”. Cosi di lei scriveva Paul Verlaine, redando “I poeti maledetti” in una definitiva collocazione storico-critica di una poetessa nata a nel 1786, quindi antecedente alla generazione della poesia moderna francese. Tutti, da Baudelaire a Verlaine, hanno un debito di riconoscenza metrica, ritmica, stilistica e persino esistenziale nei confronti della Desbordes-Valmore.

Marceline nasce il 20 giugno 1786 a Douai, morirà a Parigi il 23 luglio 1859, stagioni estive oscurate da lutti (seppellirà tre dei suoi quattro figli), riscaldati da due matrimoni, alla ricerca di versi che possano raccontare un tempo remoto dell’anima, l’inquietudine perduta. Cresciuta sulle ceneri morali della post-Rivoluzione, Marceline inizia come chanteuse una vita di giovane donna in eterna lotta per l’aria, per l’indipendenza. In un’epoca precedente le suffragette, le santità e le controversie del femminismo, Marceline sceglie di sublimare nell’Arte, nei versi, non tanto la propria condizione di donna, di moglie, di madre, ma la propria umanità. Lasciando in disparte il politico di un passaggio storico fondamentale, i suoi versi vibrano di sentimento potente, di un tempo rimpianto e di un dolore che la vita ci ricorda costante. Ineluttabile. Come il destino di una donna fuori dal tempo in ogni possibile presente. Bistrattata dai contemporanei proprio perché donna eppur nulla di questo ha intaccato la somma delle proprie qualità: sperimentalismo lirico, freschezza, modernità. Di lei Baudelaire scriverà: “Fu donna, fu sempre donna e non fu nient’altro che donna; ma ebbe un grado straordinario di espressione poetica intrisa di tutte le bellezze naturali della donna”. Cos’altro aggiungere se non lei stessa?

Che cos’è dunque che mi turba? Cosa mi attende?
Sono triste in città e mi annoio in campagna;
I piaceri della mia età
non possono salvarmi dalla noia del tempo.
Altre volte l’amicizia, i piaceri dello studio
senza sforzo riempivano i miei tranquilli ozi.
Qual’è dunque l’oggetto dei miei vaghi desideri?
L’ignoro e lo cerco con inquietudine.
Se, per me, la felicità non era la gioia,
non la trovo più nella malinconia;
ma se temo i pianti quanto la follia,
dove trovare la felicità?

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