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Vivian Maier. Una fotografa ritrovata: dal 17 marzo a Roma

Dal 17 marzo al 18 giugno 2017, il Museo di Roma in Trastevere accoglierà la mostra: Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, svelando al pubblico la vita, ancora oggi circondata da un alone di mistero che ne arricchisce ulteriormente il fascino, e l’opera di Vivian Maier. L’artista statunitense dedicò la sua esistenza alla fotografia e agli scatti che custodiva gelosamente, immortalando con la sua macchina fotografica Rolleiflex la realtà urbana e quotidiana, divenendo così la pioniera, seppur inconsapevole, della street photography.

Le 120 istantanee in bianco e nero, scattate dalla fotografa tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, la ricca selezione di immagini a colori realizzate negli anni Settanta, insieme ad alcuni filmati in super 8 che ritraggono l’artista mentre approccia con i soggetti rappresentati, offriranno una preziosissima e imperdibile testimonianza della straordinaria arte della Maier, un’eredità fotografica che il mondo ha scoperto solo dopo la sua morte.

Nata a New York nel 1926, dopo un’infanzia trascorsa in Francia, ritornò definitivamente negli Stati Uniti nel 1951 dove iniziò a fare la governante per bambini, mestiere che esercitò per tutta la vita, coltivando però quella passione per la fotografia che le permetteva di cogliere la bellezza di ogni scorcio, o di ogni volto che andavano a colpire il suo sguardo. I lavori di Vivian Maier, oggi annoverati tra le collezioni di “fotografia di strada” più importanti del XX secolo, furono scoperti soltanto nel 2009, a due anni dalla morte dell’artista, da John Maloof un agente immobiliare che durante una ricerca di scatti inediti, acquistò a un’asta di Chicago, una scatola contenente oltre centomila rullini, a soli 380 dollari. La vita misteriosa della fotografa ricostruita da Maloof, l’occhio critico e garbato di Vivian Maier che ha scolpito nei negativi della memoria la delicata quotidianità delle sue vedute metropolitane, rivivranno nelle sale del Museo svelandoci la poesia e l’intensità dell’universo schivo e riservato che racchiude ogni “click” come lei amava definire le sue fotografie.

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