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Delitti italiani 1/5: Erika e Omar

Il delitto di Novi Ligure: comunemente è conosciuto in questo modo l’assassinio di Susanna “Susy” Cassini e Gianluca De Nardo avvenuto il 21 febbraio 2001 per mano di Erika De Nardo e dell’allora fidanzato Mauro “Omar” Favaro. Una delle più brutte pagine della cronaca nera italiana e senza dubbio una tra quelle che la memoria della gente non riesce a cancellare.

Tutto sembra avere inizio con dei dissapori tra Erika ed i suoi genitori per lo scarso rendimento scolastico e la frequentazione di quelle che erano considerate come “cattive compagnie” dai due adulti.  Ed il risentimento cresce in un’adolescente che forse si sente più adulta della sua età e che, stando a ciò che è stato possibile ricostruire, si sentiva costretta da una famiglia troppo asfissiante rispetto ai propri sogni e alle proprie aspettative. Tutti gli adolescenti vivono situazioni problematiche nel corso del loro crescere: nel caso di Erika ed Omar questo percorso è sfociato nello spargimento del sangue innocente di Susy e Gianluca. Anche il padre Francesco inizialmente era previsto nel piano omicida ma si salvò grazie alla stanchezza del ragazzo ed al fatto che non era in casa al momento dei precedenti delitti.

Omar era chiuso in bagno con indosso già dei guanti quando il 21 febbraio del 2001 nasce la lite tra Erika e la madre che conduce alla tragedia: basta un pretesto per dare vita al massacro. Nel tentativo di fuggire alla figlia ed al fidanzato Susy spezza addirittura il tavolo della cucina, ma non c’è nulla da fare: muore dopo 40 coltellate e, secondo quanto ha raccontato Omar, dopo aver implorato la figlia di non uccidere il figlio.

La fine del piccolo Gianluca se possibile è ancora più truce: non solo ha infatti assistito impotente alla morte della madre ma dopo aver ricevuto una prima coltellata  viene trascinato al piano di sopra e finito a coltellate dopo un tentativo di avvelenamento con un topicida ed uno di affogamento. Secondo gli inquirenti inizialmente Gianluca non sarebbe dovuto essere una delle vittime: è di certo, stando alle carte, quella tra le due che si presume abbia sofferto di più.

L’arresto per i due assassini arriva due giorni dopo grazie all’inconsistenza della versione prodotta da Erika e alla testimonianza di un cittadino di Novi Ligure che vide Omar in motorino con i pantaloni sporchi di sangue la sera del delitto. Il processo al quale sono stati condannati i due ragazzi ha successivamente sancito per Erika una pena a 16 anni di reclusione e a 14 per il ragazzo: differenza dettata dal riconoscimento della prima come mente del delitto e dalla mancanza del suo pentimento, fattore riscontrato per Omar.

Grazie a degli sconti per buona condotta ed indulto, i due protagonisti della vicenda sono ormai da tempo fuori dal carcere ed hanno iniziato a ricostruirsi una vita. O per lo meno questo è stato possibile nel caso del giovane: lavora stabilmente come barista e si è ricostruito una nuova vita con l’attuale compagna. A differenza di Erika che fatica a trovare un lavoro stabile e come apparso in un’intervista al quotidiano “La Stampa” soffre del fatto che la gente non capisca che quella che compì il delitto non è la stessa Erika di oggi.

Il punto della questione è uno solo: Omar nella ricostruzione dei fatti è percepito come “vittima” del carattere forte della giovane ed in qualche modo plagiato dalla stessa. Questo porta a credere con più facilità al suo pentimento, al contrario di ciò che succede con Erika. Nonostante si voglia generalmente tentare di riabilitare chi commette crimini, quello che difficilmente si riesce a fare (ma accade) con Omar, sembra quasi impossibile da raggiungere con Erika: come si fa solamente a pensare di avere nuovamente fiducia in lei? Non si può biasimare chi non ci riesce.

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