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Chuck Berry: goodbye and be good

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Chuck Berry è stato per la musica quello che è stata la Rivoluzione francese per la storia mondiale: essenziale.

È solo rock n’ roll. È solo rock’n roll? Il riff di quella sua chitarra aveva la stessa carica sessuale della giacca di pelle nera di Marlon Brando ne Il selvaggio.

In principio era il verbo ed era Chuck Berry. Prima di lui il country e il blues si guardavano, si studiavano.

Abbassate le armi, accettata la resa, sotto la pelle in fermento dell’enorme America, Berry diede un volto alla musica: il suo.

Usava la chitarra per cogliere le persone nella loro essenza. Riuscì a capire lo spirito di un tempo e, dalla sua osservazione, ne trasse un ritmo.

Ritmo rubato dai grandi, lanciato sul pubblico come un incantesimo tribale: incantesimo che non si spezza neanche nel giorno della sua morte e della nostra, almeno un po’.

Dobbiamo ringraziare Muddy Waters per aver spinto un trentenne talentuoso al centro del mondo.

Educato dalla scuola blues di Chicago e  nella sua tradizione, sconvolse completamente gli adolescenti.

L’adolescenza non nacque negli anni ’50, ma è la consapevolezza di una nuova identità che si affacciò in quegli anni.

La musica, con Berry prima ed Elvis poi, e il cinema (Brando e James Dean), avevano ricordato a un’intera frangia di pubblico che c’era una dignità nella ribellione.

Poteva nascere una resistenza pacifica nell’arte e la musica era pronta a rompere con la tradizione e lo poteva fare con un sorriso sulle labbra.

Il famoso “passo dell’oca” trascinò letteralmente il mondo, molto prima dei movimenti sgangherati di Mick Jagger.

Fu un padre spirituale per artisti del calibro di Keith Richards, Beach Boys, Buddy Holly, Bob Dylan, Creedence Clearwater Revival (per citarne solo alcuni).

D’altra parte lui venne forgiato da Nat King Cole (voce), Fats Domino e T-Bone Walker.

Il suo stile turbolento, la carica vertiginosa della voce e delle esibizioni diventarono un’istantanea di un’epoca sull’orlo di enormi cambiamenti.

Brani come MaybellineRoll Over BeethovenSweet Little Sixteen e Johnny B. Goode hanno una natura postuma: troppo avanti per quella e quest’epoca.

I suoi accordi era un punto di congiunzione perfetta tra il country e il blues.

Fu padre e figlio, al contempo, di una musica tipicamente americana ed era alla gioventù americana a cui rivolgeva dei testi apparentemente leggeri, terribilmente efficaci.

Chuck Berry era un musicista libero che cambiò il volto del rock.

Felice, spensierato, intuitivo, Berry è sempre stato un passo avanti. Il destino dei pionieri è solitario, al limite del tragico: battono una strada e chi li segue ne coglie i frutti.

Possiamo benissimo immaginare la sua figura di spalle mentre si allontana e ancora una volta è davanti a tutti noi.

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