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Delitti italiani 3/5: Chiara Poggi

Chiara Poggi è stata trovata morta il 13 agosto del 2007 nella sua abitazione di Garlasco: vittima di un delitto efferato e costellato nella fase investigativa successiva da mille dubbi. Al pari di altre storie di cronaca nera italiane, è difficile giudicare se sia stata fatta veramente giustizia.

In carcere, condannato a 16 anni di reclusione, vi è quello che ai tempi della sua morte era il suo fidanzato, Alberto Stasi. Il percorso giudiziario della vicenda è stato tra i più particolari occorsi in Italia, pari a quello di Yara Gambirasio per ciò che concerne l’importanza data alle prove genetiche, ma con una differenza sostanziale: in questo caso il ragionevole dubbio è palese ed impossibile da non prendere in considerazione. La morte di Chiara Poggi è stata orribile, condotta con efferata crudeltà e senza remore: le ricostruzioni eseguite dagli inquirenti hanno mostrato grazie agli schizzi di sangue ed al posizionamento nel cadavere come la donna non sia morta subito.

Indagini condotte bene?

Nonostante vi sia un “colpevole” riconosciuto in galera per l’omicidio di Chiara Poggi è difficile pensare che sia stata fatta davvero giustizia per la morte di questa ragazza. Ed il tutto deve essere ricondotto a delle indagini che non si può sostenere con certezza che siano state eseguite perfettamente. Ricostruendo ciò che è avvenuto da quel giorno del 2007 fino ad ora, prove perse e elementi non tenuti in considerazione pesano sul caso come un macigno. A prescindere da quello che possano provare le persone coinvolte nel caso.

A livello giuridico si è potuto assistere ai seguenti gradi di giudizio: Alberto Stasi è stato assolto una prima volta per mancanza di prove in appello per non aver commesso il fatto, fino all’arrivo in Cassazione dove è stato riaperto il caso, con la successiva condanna presso la Corte di Appello di Milano poi confermata dalla Suprema Corte nonostante la richiesta del procuratore, una volta arrivati alla fine del processo, dell’annullamento della condanna, “con preferenza per il rinvio”.

Qualcosa, per quanto ci si sforzi di comprendere tutti gli elementi, non torna. Senza contare che per via del DNA trovato sotto le unghie di Chiara, nel dicembre 2016, un’ulteriore persona è stata iscritta nel registro degli indagati e poi prosciolta all’inizio di marzo 2017: Andrea Sempio, amico del fratello della vittima. Osservando oggettivamente i fatti è possibile notare come seguendo uno stesso iter di ragionamento investigativo, uno degli indagati dopo dieci anni è finito in carcere, l’altro è stato escluso. In entrambi i casi è possibile riscontrare prove della colpevolezza? La risposta non è positiva.

Chiara Poggi ha avuto giustizia?

Chiara Poggi ha avuto giustizia? E’ difficile rispondere di sì: i legali di Alberto Stasi hanno fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e non è da escludere, visti gli elementi in loro possesso, che l’Alta Corte possa arrivare ad un ribaltamento della sentenza italiana. E’ importante infatti chiedersi: come possono delle prove indiziarie divenire la base di una condanna “oltre ogni ragionevole dubbio” secondo le motivazioni della sentenza di Cassazione, quando anche il procuratore della stessa, come reso evidente dalla sua richiesta di annullamento della condanna, non crede alla colpevolezza dell’imputato? Perché non è stato dato il via libera a nuovi accertamenti come richiesto? Possono l’Italia e vittime come Chiara Poggi meritarsi il pressapochismo generale che genera mostri giuridici?

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