marceline-desborde-lasantafuriosa

Marceline Desbordes-Valmore, la Musa dei Poeti Maledetti

Ritratto e miserie di una poetessa rivoluzionaria, autodidatta e amatissima da Verlaine. L’occhio femminile del romanticismo francese.

“Proclamiamo ad alta e intellegibile voce che Marceline Desbordes-Valmore è semplicemente l’unica donna di genio e di talento, di questo e di ogni secolo”. Cosi di lei scriveva Paul Verlaine, redando “I poeti maledetti” in una definitiva collocazione storico-critica di una poetessa nata a nel 1786, quindi antecedente alla generazione della poesia moderna francese. Tutti, da Baudelaire a Verlaine, hanno un debito di riconoscenza metrica, ritmica, stilistica e persino esistenziale nei confronti della Desbordes-Valmore.

Marceline nasce il 20 giugno 1786 a Douai, morirà a Parigi il 23 luglio 1859, stagioni estive oscurate da lutti (seppellirà tre dei suoi quattro figli), riscaldati da due matrimoni, alla ricerca di versi che possano raccontare un tempo remoto dell’anima, l’inquietudine perduta. Cresciuta sulle ceneri morali della post-Rivoluzione, Marceline inizia come chanteuse una vita di giovane donna in eterna lotta per l’aria, per l’indipendenza. In un’epoca precedente le suffragette, le santità e le controversie del femminismo, Marceline sceglie di sublimare nell’Arte, nei versi, non tanto la propria condizione di donna, di moglie, di madre, ma la propria umanità. Lasciando in disparte il politico di un passaggio storico fondamentale, i suoi versi vibrano di sentimento potente, di un tempo rimpianto e di un dolore che la vita ci ricorda costante. Ineluttabile. Come il destino di una donna fuori dal tempo in ogni possibile presente. Bistrattata dai contemporanei proprio perché donna eppur nulla di questo ha intaccato la somma delle proprie qualità: sperimentalismo lirico, freschezza, modernità. Di lei Baudelaire scriverà: “Fu donna, fu sempre donna e non fu nient’altro che donna; ma ebbe un grado straordinario di espressione poetica intrisa di tutte le bellezze naturali della donna”. Cos’altro aggiungere se non lei stessa?

Che cos’è dunque che mi turba? Cosa mi attende?
Sono triste in città e mi annoio in campagna;
I piaceri della mia età
non possono salvarmi dalla noia del tempo.
Altre volte l’amicizia, i piaceri dello studio
senza sforzo riempivano i miei tranquilli ozi.
Qual’è dunque l’oggetto dei miei vaghi desideri?
L’ignoro e lo cerco con inquietudine.
Se, per me, la felicità non era la gioia,
non la trovo più nella malinconia;
ma se temo i pianti quanto la follia,
dove trovare la felicità?

063332506-1b6b1111-b93f-4b73-9679-1a73defda926

Oscar 2017, Moonlight e il trionfo della vita sui sogni

La sorprendente (e con tanto di giallo) vittoria del film di Barry Jenkins premia un film di strade secondarie e bisogni primari. Allo sconfitto La La Land la consolazione di longevità

Moonlight di Barry Jenkins ha vinto l’Oscar come Miglior Film. Una piccola (di budget) storia di un coming of age che diventa poco a poco una riflessione di essere uomini in una Miami di vicoli e spacciatori, di sessualità interrogata e di violenza sociale che mette a nudo una fragilità quasi universale. Una vittoria del quotidiano sulla fuga dei sogni che La La Land, grande favorito e clamoroso sconfitto, delle tante domande e delle pochissime risposte che ha conquistato pubblico e critica pur, a onor del vero, non rappresenti nulla di veramente nuovo. Ciò che più che nuovo è ormai palese è la difficoltà dell’Academy di metter d’accordo qualità delle scelte e necessità “politiche”.

Non fosse stata per l’incredibile gaffe di Warren Beatty, la busta del vincitore sbagliata, l’imbarazzo sul palco del Dolby Theater, ma anche la signorilità e classe con cui il produttore di La La Land, Jordan Horowitz, ha passato il testimone ai veri vincitori, sarebbe stato infatti meno eclatante il modo in cui l’Academy ha “gestito” le assegnazioni dei premi. Moonlight dunque ha vinto: Oscar 2017, Oscar so Black, Oscar di un politicamente corretto che ha un retrogusto amaro. In piena rivolta anti-Trump la storia di vita, sesso e morte di Barry Jenkins è il sigillo di una notte di trionfi per la comunità afro-americana (Mahershala Ali e Viola Davis su tutti), arrivata più per risposta sacrosanta agli errori del passato e un anno di tensioni razziali in tutta gli States che a un reale merito artistico. Eppure.. eppure cosa si sarebbe scritto di La La Land? Il musical di Damien Chazelle ha confermato come il musical sia un genere intramontabile nei gusti del pubblico, e che in futuro si ricorderà più il canto sotto le stelle di Emma Stone e Ryan Gosling che la parabola di Chiron ma la sensazione di operazione pensata a tavolino per una notte come quella appena trascorsa non ha lasciato indifferenti i più. E al successo annunciato (e l’auto glorificazione) di un sogno per le strade losangeline meglio una camminata nelle strade secondarie di Moonlight.

20110925-011821

Fantascienza dalla Terra, da George Melies ad Interstellar

L’annuncio della NASA della scoperta di un sistema solare con ben tre pianeti nella fascia abitabile accende speranze e paure ancestrali. Ecco come il grande schermo ha esplorato l’Universo

Intorno alla nana rossa Trappist-1 ruotano sette pianeti rocciosi simili alla terra, tre di questi nella “fascia abitabile”, dove l’esistenza e il mantenimento di acqua liquida è concreta. Non si è parlato di altro dal pomeriggio di ieri. La conferenza straordinaria indetta dalla NASA ha esaltato esperti e comuni mortali. Già i comuni abitanti di un normale, quasi banale (stando alle continue scoperte), terzo pianeta di un sistema solare come miliardi di altri. Al bar, alle radio, negli sms e nei messaggi vocali, amici, famigliari, colleghi in ufficio tutti hanno aggiunto un appunto, un pensiero a ciò che sta accadendo a 39 anni luce da noi in un punto speciale della Costellazione dell’Aquario. Per i comuni mortali si è trattato di tirar fuori dall’armadio le nozioni scolastiche sui viaggi nel tempo e le distanze interstellari, per i più esperti è stato dare un senso alla marea di dati: La nana fredda, le distanze così inusuali dei sette pianeti da Trappist-1, le lor orbite, la temperatura, e soprattutto quando saremo in grado di dire con certezza che la vita in qualche oceano alieno si manifestata così come la conosciamo. Ma che tu sia un fioraio, una studentessa universitaria, un esperto di fisica quantistica, è nel buio (cosmico) di una sala cinematografica che la domanda “Siamo soli?” si è presentata nelle suggestioni che più di ogni altre sono in grado di superare l’intelletto e raggiungere una parte speciale dell’animo umano.

Il cinema di fantascienza non ha solo ipotizzato viaggi, incontri ravvicinati, macchinari impossibili ma verosimili, conflitti apocalittici e mistiche visioni; il cinema di fantascienza ha dato alla collettività un immaginario molto solido e stratificato di ciò che ben presto diventerà l’ordine naturale delle cose.

Ecco una breve carrellata dei 7 film più rappresentativi sull’esplorazione spaziale. Sette come le nostre sorelle lontane.

VIAGGO NELLA LUNA di George Melies (1929)
I diciassette quadri dell’Immaginazione.

ULTIMATUM ALLA TERRA di Robert Wise (1951)
Il pacifismo mistico nell’era del maccartismo.

2001: ODISSEA NELLO SPAZI0 di Stanley Kubrick. (1968)
Il valzer tra le stelle dell’intelletto umano.

GUERRE STELLARI di George Lucas (1977)
La Forza e il lato Oscuro.

ALIEN di Ridley Scott (1979)
Ripley e lo Xenomorfo alieno. Sessualità parassita.

MOON di Duncan Jones. (200)
La solitudine dell’astronauta.

INTERSTELLAR di Christopher Nolan (2014)
La salvezza dell’umanità oltre un wormhole.

Casey Affleck

Oscar -6: Casey Affleck in navigazione solitaria

La statuetta per il Miglior Attore Protagonista vede il fratello minore di Ben Affleck il favorito. Il granitico talento di Viggo Mortensen l’unico rivale credibile. Jake Gyllenhaal il dimenticato.

Casey è diventato il fratello maggiore in casa Affleck. Dopo gli sberleffi del web per i chili di troppo, il flop di critica e (in parte) di botteghino, l’avvicendamento tra Ben Affleck e “quello bravo ma poco glamour” sembra non essere un fumo negli occhi. Uno sbaglio dei tarocchi. Ma la pura e concreta realtà. Già nominato nella categoria Attore non Protagonista con il bellissimo L’assassino di Jesse James per mano del codardo Robert Ford nel 2008, fresco vincitore del Golden Golbe, del BAFTA e del Critics’ Choise, Casey Affleck può dormire sonni tranquilli. Sarà la sua barba alla moda a sorridere tra sei giorni al Dolby Theater. La roulette per il Miglior Attore Protagonista ha un solo colpo in canna, con l’intenso Manchester By The Sea, che mostra una navigazione solitaria sul suo mare grigiastro e una immobile tempesta. Una interpretazione di sfumature e sottrazioni, quasi dimessa eppur fisica e appassionata, vera carta vincente di un dramma corretto e non urlato, non certo innovativo, ma onesto e non ricattatorio.

Casey Affleck non ha rivali. Lo sbarbatello Garfield e il politicamente corretto (e noisetto) Denzel Washington fanno rappresentanza, l’a b (e forse c) della recitazione Ryan Gosling vive di rendita per l’exploit di La La Land ma non sembra realmente in corsa. Resta Viggo Mortensen, il cui Captain Fantastic dopo un iniziale successo critico ha sofferto il poco interesse del pubblico. Pietra angolare del film di Matt Ross, Mortensen è il più talentuso tra gli attori in nomination, e l’unico che potrebbe fare lo sgambetto ad Affleck. Difficilmente sarà così.

L’Academy ha lasciato a casa il Tom Hanks di Sully e il Jake Gyllenhaal di Animali Notturni. Se il primo può cullarsi in un passato da padre padrone degli Oscar, il secondo può tranquillamente chiamare in sfogo una crisi di nervi dopo l’ennesima nomination sfumata. L’eccellente Nightcrawler di due anni fa ancora grida allo scandalo.

Acquista su Amazon.it

Oscar -7 La la Land sempre tempo per una commedia

Oscar -7: La La Land, è sempre tempo per una commedia

Ad una settimana dalla lunga notte vetrina del cinema analizziamo la vittoria annunciata (?) del musical di Damien Chazelle. Il balsamo del disimpegno (facile?) contro la politica minata di paure.

Un anno è passato dalle proteste #OscarSoWhite: Trump è presidente con licenza di innalzare muri, giovani afroamericani continuano a finire in sacchi neri sulle strade per le pallottole del “fuoco amico”, altri preferiscono farsi giustizia sui tetti, Zuckerberg ha appena dato alla sua creatura Facebook una santa missione per il mondo intero, e la diversità (di genere, di pelle, di razza, di religione) ha cannibalizzato le nomination. Un anno è passato, eppure ad una settimana dagli Oscar il possibile trionfo di La La Land, dove politica e lotte di razza non fanno parte di un mondo colorato di suoni, può mettere un freno bianco e reazionario all’urgenza di raccontare le paure e i drammi di un presente che cammina sui carboni ardenti. Ma cosa c’è di reazionario nei sentimenti, in un balletto, in una commedia?

Il musical come rappresentazione scintillante di una realtà che si tramuta in sogno, dove la parola ha bisogno dei suoni e della melodia per farsi più incisiva, dove il corteggiamento dei corpi è lo specchio dell’immagine. Il musical è cinema allo stato puro. Ed è forse per questo che il pubblico continua a premiarlo, anno dopo anno, al di là delle mode e delle cicliche crisi economiche e d’identità. E allora cos’è che non quadra di questo annunciato successo? Gli sfidanti non sono proprio dei colossi di qualità: tra questi il redivivo Mel Gibson è in gara senza un reale perché, il già vecchiotto western moderno Hell or High Water poco aggiunge al genere, mentre Lion soffre della sindrome tutta americana di fare cinema terzomondista dalla propria prospettiva,  e Il diritto di contare farebbe storcere il naso a Martin Luther King (dando per scontato che il suo gusto cinematografico vada di pari passo con la sua importanza storica).

I tre outsider: il bellissimo Arrival di Dennis Villeneuve, il corrosivo Moonlight di Barry Jenkins, il dramma umano Manchester By The Sea. La sci-fi agli Oscar ha già dato molto ultimamente con l’indefinibile (gran film o clamoroso abbaglio mondiale?) Gravity, e difficilmente può ripetersi un successo con il ben più coraggioso Arrival, una raffinata riflessione sul linguaggio che relega finalmente in soffitta le noie filosofiche di Interstellar. Le tre fasi della vita del gay afro-americano protagonista di Moonlight sembra avere fin troppa carne (e troppo coraggio narrativo) per incutere timore al lieto fine della creatura di Chazelle. E poi c’è Manchester By The Sea che ha consacrato Casey Affleck (per lui l’Oscar in categoria sembra cosa fatta) con una classe operaia che non lotta più per il salario ma per dare un senso ai sentimenti di odio-amore, rivalsa-paura. Tra tutti i titoli al ballo degli Oscar è proprio quest’ultimo ad avere la risposta più coerente (e di qualità) all’anno orribile 2016. Ma come può una sonnolenta cittadina di mare rivaleggiare con le luci della City of Stars?

Travolgente successo al botteghino e statuetta vinta a tavolino. Quasi sicuro. Ma c’è sempre bisogno di una commedia. Nonostante tutto.

Acquista su Amazon.it

the_cure

The Cure: il futuro passato della generazione gotica

Il Twilight Sad Tour approda in Italia per quattro date tra Bologna, Roma e Milano. L’occasione per fare il punto sulla creatura di Robert Smith, tra setlist schizofreniche e nessun album da promuovere.

L’ultima volta fu l’Ippodromo delle Capannelle di Roma nel luglio 2012. La chiusura con Boys Don’t Cry fu l’amarissimo arrivederci. Può una semplicissima canzoncina punk essere amara e graffiare così tanto il cervelletto da far venire le vertigini? Certo che può. Specialmente se scritta da Robert Smith. Sovraesposta, famosissima, amata dalle radio, conosciuta anche su Marte, ma dal vivo, in chiusura di un concerto di tre ore Boys Don’t Cry assume le forme di un sorriso malinconico e smarrito. E’ il nero velluto con cui la band di Crawley ha sempre avvolto le sue canzoni pop. Boy’s Don’t Cry non fa eccezione. E gli anni passano per i Cure, come per i suoi fans, è l’eterno addio all’adolescenza, l’inquietudine e la morsa di incubi in giardini infestati e manicomi abbandonati, che resiste ai cambi generazionali, alle mode, persino al revivial dei suoni anni 80. Senza nessun album da promuovere, l’ultimo è del 2008, e con solo tre dischi in sedici anni, i Cure sono gli unici sopravvissuti della New Wave (insieme ai Depeche Mode) a potersi permettere tour mondiali e sold out in ogni palazzetto senza nuovo materiale.

A differenza di Dave Gahan e Martin Gore, con dischi a cadenza quadriennale e una setlist standard, i Cure sono tra i pochi ad onorare il palco con l’urgenza e la classe dei predestinati. Esattamente come Bruce Springsteen, i Cure concepiscono il live come una cerimonia pagana, un ottovolante emozionale, un susseguirsi di cupe danze dai dischi della trilogia dark (Seventeen Seconds, Faith, Pornography), malinconiche seduzioni (da Disintegration o Bloodflowers), blitz d’alta classifica con tutti i singoli pop che li hanno resi trasversali ai gusti e ai generi. Just Like Heaven, In Between Days, Lovecats convivono con perle del loro catalogo più oscuro, b-side, outtakes.

Il Twilight Sad Tour è iniziato in Usa lo scorso maggio, approdando in Europa il 7 ottobre scorso in Finlandia. Un set principale sempre vario e impossibile da prevedere, tre encore a tema, circa 70 canzoni diverse suonate dall’inizio del tour; piaccia o meno Robert Smith sta confermando ancora una volta di essere il padrino vivente della generazione gotica.

Le date italiane:

29 ottobre 2016 Bologna, Unipol Arena
30 ottobre 2016 Palalottomatica, Roma
01 novembre 2016 Mediolanum Forum, Milano
02 novembre 2016 Mediolanum Forum, Milano

peter_murphy

Peter Murphy, il lungo addio del post punk

Prima data italiana dello Stripped Tour. Un viaggio nelle acque oscure e malinconiche di suoni che superano gli anni ’80 per farsi eterni. Oggi si replica a Bologna.

L’ultima volta che Peter Murphy scese in Italia era il 2013, con il Mr Moonlight Tour. Il repertorio storico dei Bauhaus in setlist, con la sbilenca e misconosciuta Subway, sola presenza della trentennale carriera solista. Una celebrazione della creatura di She’s In Parties e The Passion of Lovers con cui Peter Murphy ha chiuso (per sempre?) con un passato glorioso. Un monumento della goth culture sopravvissuto alla caduta del muro, ai dancefloor modaioli, al revivial vuoto e consumistico, al tempo. Questo è l’involucro.

Un poeta, un coerente disseminatore di suoni, un performer dal carisima ineguagliabile. Questo il contenuto. Peter Murphy per chi lo ha seguito sin dai tempi di Should The World Fail To Fall Apart, è andato ben oltre l’iconografia santa al rovescio del primo post punk, con nove dischi dal 1986 al 2014 mai banali, mai a patto né con la classifica né con il falso underground. Trasformando la claustrofobia (a tratti la disperazione) violenta dei Bauhaus in una sottrazione del suono, in chitarre lamentose verso l’infinito, prendendo dall’elettronica la lezione più illuminante: mettere in musica ciò che viene un attimo prima dell’incubo. Uno smarrimento sensitivo che anche nell’ultimo lavoro Lion è compatto ed ispirato, tra accelerazioni improvvise e stasi.

Al Teatro Quirinetta di Roma, a pochi passi da Fontana di Trevi, lo Stripped Tour divide subito il pubblico pagante in chi ha una necessità psicofisica di perdersi nella musica e chi è venuto solo per scattare foto. La formazione a tre, chitarre e basso, voluta per questo tour lascia che sia la voce di Murphy a condurre nei territori dell’immaginifico e della possibilità. “We’re fueling for the light, cascading like the rain in Twilight”, canta nell’opener Cascade, uno dei sui pezzi migliori, e sono i temi del rosso e del blu ad illuminare il palco e uno sguardo consapevole e fiero.

Murphy ha preparato una scaletta divisa tra il suo repertorio e i pezzi più atmosferici dei Bauhaus, chi per scaldarsi ha bisogno della banalità rock di batteria e chitarra elettrica è pregato di uscire e portarsi con sé i propri cellulari. Seguono All Night Long, Indigo Eyes. Le sonorità si fanno più limpide, ma sempre spezzettate in mille frammenti schiumosi e taglienti. Musica lontana migliaia di miglia da categorie preconfezionate, inseguendo labirinti elettronici e aperture melodiche, sguardi e gesti di Murphy ipnotizzano facendo a pezzi persino la sua gloriosa creatura. Chitarra acustica a tracolla e Marlene Dietrich’s Favourite Poem entra come un pugnale tra i ricordi di un sogno che si credeva dimenticato. Correva l’anno 1989 ed è con questa canzone e A Strange Kind of Love che Peter Murphy si è guadagnato un credito illimitato. Ascoltandole la gola si chiude. Il resto è per i comuni mortali. A dividere le due gemme della prima parte di serata un attacco deliberato al concetto stesso di cover-omaggio.

The Bewlay Brothers da Hunky Dory è una presa di coscienza della fame avuta, per desiderare (ad ogni costo) di uscire dall’oscurità ed essere lì. Come pagliacci-venditori, ingannatori e mercanti. Artisti dalle mille maschere su quel palco, come fu per David Bowie. E i fratelli Bewlay sono per una sera lo stesso Peter e Bowie: “nel Padiglione Distorsioni-Mentali”, a cantar storie di ombre tra le ombre, fermando il tempo e l’oblio, lasciando che sia l’emozione singolare ed intima di ognuno il singhiozzo melodioso di questa musica d’Altroquando.

Il sabba di King Volcano e Kingom’s Coming fanno da apertura a Silent Hedges. E qui sono i migliori Bauhaus a prendere vita, tra danze di morte e “some other kind of madness”, la voce di Peter Murphy non cede mai, incurante dell’orologio, del calendario, rivolgendosi al demonio-tempo con piglio strafottente. E da qui la chiusura di set porta a compimento la catarsi. Never Fall Out, Gaslit e la nuova Lion sono quanto di meglio si possa ascoltare in questa epoca di riciclo. Una risposta coerente e bellissima di un’artista maturo, ancora in trincea ma senza trucchi. Solo la voce e lo sguardo. Tre canzoni che sembrano essere una lunga suite, ancora il rosso e il blu. Un attimo prima di dormire o morire. Al ritorno per i bis la corda emotiva rimane tesissima. All We Ever Wanted Was Everything è un’altra immersione nella gloom generation, grigia e trattenuta. Timida e violentissima. Il punto massimo della serata. La preparatoria The Three Shadows, Part I apre Hollow Hills per un pubblico che risponde entusiasta riconoscendo e cantando il capolavoro di Mask, come se ciò che ha ascoltato prima fosse accessorio. Niente di più sbagliato. A chiudere la serata una concessione forse troppo generosa al mito dei Bauahus; Bela Lugosi’s Dead fa ballare al ritmo di un discesa negli inferi che ha fatto epoca, ma che al cospetto di quanto fatto dopo da Peter Murphy (e dagli stessi Bauhaus), risulta persino stucchevole.

Un ultimo sorriso e saluto e tutti a casa, senza Ziggy Stardust e con l’amaro di una chiusura non riuscitissima. Un bicchiere di vino e poi tutto torna alla memoria, la voce, il rosso e il blu, e quei suoni da veglia e delirio. L’insonnia fatale di Peter Murphy.

festival-del-cinema-roma

Roma Film Festival: utopia, terrorismo e sfrenata allegria

L’undicesima edizione chiude in attivo di pubblico e visibilità. Captain Fantastic e Nocturama gli unici film di cui varrà la pena parlare nei prossimi mesi. Non può bastare.

Lunedì mattina di tappeti rossi da arrotolare, stand da spostare, scatoloni in cui rinchiudere per un anno i vessilli. All’indomani della giornata di chiusura della Festa del Cinema di Roma “la sfrenata allegria” di cui ha parlato ieri Roberto Benigni è il giusto epitaffio a dieci giorni di contraddittoria passione. I numeri sono tutti dalla parte di Piera Detassis e Antonio Monda, al loro secondo anno come Presidente della Fondazione Cinema per Roma e Direttore Artistico, con un ulteriore aumento di presenze all’Auditorium, di penetrazione in luoghi altri della città (dal vicino Maxxi al drive-in all’Eur), e di visibilità sui media nazionali e non. Insistere sull’idea di festa e non di festival, di una rassegna che incontri il pubblico senza gli assilli (o la doverosa qualità?) di un premio della critica, ha confermato croce e delizia di una strada intrapresa più per convenienza che per reale “visione”.

All’undicesima edizione, la Festa del Cinema di Roma prosegue così la sua crescita schizofrenica. Non riuscendo più ad attirare prime mondiali, ma dovendo “riciclare” prodotti già presentati in altri festival dove la selezione è stata squilibrata e non troppo coraggiosa. Con molti film su tematiche razziali (l’applaudito Moonlight, l’enfatico The Bird of a Nation) e uno sguardo alle cicatrici della Storia non sempre lucido (il didascalico Snowden, l’ottimo Afterimage e l’inutile Denial), la scelta di portare alcuni dei film che potrebbero rivelarsi di più riuscita ai botteghini compensa il non aver trovato un vero gioiello autoriale tra i film in concorso (a voler escludere il sempre personale Into the Inferno di Herzog). Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan ha vinto la scommessa di fare del melodramma famigliare un percorso di sguardi all’indietro, di pause e non più di sole grida, guardando più al cinema europeo e meno all’enfatico incedere di tanto drama americano. La sua vittoria sarebbe stata assai probabile se non ci fosse stato Captain Fantastic di Matt Ross. Un film che è dal Sundance dello scorso gennaio che riscuote positivi consensi, passando per Cannes e che è stato proiettato nelle sale americane già da luglio. Arrivato quindi a Roma vecchio e nuovo, atteso e già dibattuto. La contraddizione della Festa.

La bravura e il magnetismo di Viggo Mortensen, la pacata regia di Matt Ross, l’utopia di una educazione anti-scolastica e anti-sistema, hanno conquistato il pubblico, che ha sicuramente trovato modo di respirare nella rigida mediocrità di altri prodotti. E’ stata la scelta più logica e giusta, anche se nelle sale dell’Auditorium si è visto di molto meglio. Captain Fantastic è stata un collaborazione con Alice nella Città, la sezione parallela e autonoma della Festa che ha risposto con molto più coraggio e qualità alla chiamata annuale. Ed è proprio grazie ad “Alice” che si è potuta respirare aria di festival.

Tra la malinconica ribellione del punk rock di London Town, le fughe rap di Kicks (vincitore nella sua categoria) e l’iniziazione alla morte di I’m not serial killer, rimarrà sottopelle il terrorismo senza causa di Nocturama. Bonello e i suoi ragazzi votati al martirio non islamico, ma alla perdita di una innocenza mai davvero provata, elevano la sufficienza generale in vero piacere della visione. Un cinema quello di Nocturama che si ribella sia alle soluzioni facili e alle mode bucoliche, rileggendo la Storia per quello che è nel quotidiano (e nelle menti) di ognuno. Non il risultato di un complotto da governo ombra, ma un percorso di dubbi e non risposte, di domande e false piste, di vittime e carnefici senza più distinzioni.

E il cinema italiano? Se Daniele Vicari ha confermato i pregi e i difetti del suo cinema, la Festa porta in attivo l’aver presentato 7 minuti di Michele Placido. Non riuscito, irrisolto e mal recitato, ma probabilmente il film più importante dell’anno al momento. E non c’è da esserne sfrenatamente allegri.

Dopo 11 anni c’era da aspettarsi qualche sorpresa, stupore e bagliore in più.